Congresso 2009:TESI UILCEM “la nostra storia…. il nostro futuro….”
TESI UILCEM
“la nostra storia…. il nostro futuro….”
OBIETTIVI
Il Sindacato deve recuperare il rapporto con i lavoratori e con i cittadini in generale ed a questo proposito deve organizzarsi per stare vicino al mondo del lavoro.
In termini di presenza:
attraverso una organizzazione diversa del Sindacato come preparazione e comunicazione;
attraverso nuovi modelli comunicativi ed un nuovo linguaggio più snello e più adatto alla fase storica attuale.
Sulla base di questi obiettivi fondamentali generali, si deve orientare la strategia sindacale per il nuovo Sindacato del futuro.
A tutti i livelli la Uilcem deve presentarsi come un Sindacato con le idee chiare, con obiettivi precisi, con metodi nuovi per essere vicino al mondo del lavoro e vicino ai lavoratori.
LA CRISI
Stiamo attraversando una profonda crisi che sta demolendo le fondamenta di un modello di società che ha sagomato la cultura pluricentenaria di riferimento a livello mondiale.
Una crisi prima finanziaria e poi industriale che non ha precedenti storici comparabili e della quale ancora non si percepiscono i confini.
Gli effetti disastrosi che si stanno registrando nell’economia reale si ripercuotono anche da noi in modo impietoso, e come altri stati anche il nostro è impreparato e disorientato nell’affrontare i cambiamenti imposti dal crollo della fiducia dei cittadini negli agenti economici dell’economia di mercato.
Ma questa crisi non la pagheranno soltanto i cittadini deboli, i precari, i pensionati, i lavoratori dipendenti, la pagheranno tutti, questo modello di società è a rischio e il futuro è incerto.
Inevitabilmente i comportamenti sociali saranno modificati da un livello più basso di risorse da investire negli scambi relazionali e commerciali e da un ridotto e diverso bisogno di beni e servizi.
Conseguentemente, oltre al prezzo economico, ci sarà un prezzo sociale da pagare, in termini di nuovi modelli di comportamenti delle masse, che nelle aree metropolitane già iniziano ad affermarsi con l’anaffettività e il rifiuto di gran parte che ha contraddistinto negativamente la chimera della modernità: il consumismo.
Il rifiuto del consumismo rischierà di far avvitare l’economia di mercato e di allontanare la ripresa, imprigionando imprese e lavoratori per un periodo di tempo che in passato è rimasto tristemente noto con il nome di depressione.
Ciononostante allo stato attuale una ristretta cuspide di consumatori, nei mercati evoluti, nel medio periodo avrà ancora accesso a prodotti di alta qualità e di elevato appagamento e contemporaneamente si osserverà che larghe masse di consumatori ob torto collo consumeranno prodotti di bassa qualità e del tutto inappaganti.
Nello specifico consumeremo maggiori e crescenti quantità di prodotti provenienti dalle aree sottosviluppate del pianeta, e per effetto del trasferimento delle risorse verso di loro, perderemo il controllo delle economie di scala delle nostre imprese ad alto valore aggiunto. Così facendo, noi europei, nel lungo periodo accresceremo la loro ricchezza e rafforzeremo le loro scale economiche alimentate dalla nostra domanda di beni e servizi, con elevate probabilità ci indeboliremo anche nei campi dell’ideazione e dell’innovazione in cui ancora registriamo un prezioso vantaggio.
I PVS, in questa migliore condizione potranno investire nei settori dei prodotti e dei servizi ad alta qualità a scapito delle economie più evolute, accorciando le distanze attuali sia in termini di ricchezza sia in termini di conoscenza scientifica.
In termini ciclistici si può dire che i paesi in via di sviluppo hanno agganciato la ruota dei battistrada occidentali e si preparano al sorpasso.
Siamo soltanto all’inizio di una rivoluzione geo-economica e ci dobbiamo attrezzare per governare questa fase recessiva tra il rischio spettrale della depressione e quello culturale di un cambiamento dei comportamenti dei consumatori nel villaggio globale.
La chimica, la siderurgia, l’auto, l’edilizia, il tessile e la ceramica sono solo i casi più rappresentativi dei settori coinvolti dalla crisi. Ma anche la ricerca scientifica risente del rallentamento dei programmi per via delle ridotte disponibilità dei finanziamenti.
Un quadro globale e nazionale unico dove le immagini sono specchiate e sono contraddistinte da un minimo comune denominatore che riproduce un terribile risultato fatto di miliardi di cittadini alle prese con problemi di sussistenza, evento sconosciuto nella recente storia moderna delle aree più sviluppate del pianeta.
Il crollo dei consumi ha immediatamente trasferito in fabbrica un conto occupazionale insostenibile da pagare, e i governi dei vari G8 e G20 attualmente applicano, con scarso successo, ricette diverse per governare le ricadute economiche e il controllo della coesione sociale.
Il nostro Governo ci ha messo un po’ per intervenire e la misura dei suoi interventi non possiamo dire che sia stata sufficiente, ma non perché per definizione le risorse sono scarse, ma più banalmente perché la nostra economia essendo basata sul modello economico e industriale della trasformazione, il manifatturiero. Di fronte a cali dei consumi cosi ampi, se il Governo non interviene in modo efficace, paga e farà pagare al Paese il caro prezzo del riposizionamento dei volumi delle merci sui mercati, fatto di chiusure d’imprese e aumento della disoccupazione, stimata tra 1 e 4 punti entro il 2010.
Per contrastare la crisi è indispensabile sostenere i consumi, i quali a loro volta richiedono più risorse e redditi più elevati da investire negli scambi economici. Urgono politiche atte a migliorare la distribuzione della ricchezza tra tutte le fasce sociali per stimolare una ripresa ampia e diversificata della domanda, in poche parole di fronte ad un eccesso di offerta è indispensabile tonificare la domanda.
La nostra è un’economia di ricambio e per incentivare la spesa è indispensabile rafforzare il potere d’acquisto dei consumatori.
Intervenire solo con strumenti temporanei quali gli ammortizzatori sociali e la social card è oggettivamente insufficiente.
È necessario difendere prima il lavoro perchè con esso si difende l’impresa e i suoi lavoratori. Per farlo si può intervenire sul piano del credito, ampliandolo, e su quello fiscale, alleggerendolo, liberando per queste vie risorse da destinare ai consumi. Nello stesso tempo per proteggere il bilancio dello Stato dalle mancate entrate fiscali, va intensificata la lotta all’evasione fiscale. Contemporaneamente si proceda all’ammodernamento del Paese cantierando le grandi opere infrastrutturali.
Inoltre è testato che gli incentivi fiscali applicati ai settori trainanti dell’economia, tipo l’edilizia e l’auto si auto ripagano per effetto del maggior gettito fiscale prodotto da questi settori, stimolato dall’aumento dei consumi e dei fatturati, nei successivi trimestri fiscali.
A volerne di soluzioni ce ne sarebbero ma andrebbero condivise tra tutte le forze del Paese e richiederebbero soltanto la volontà della politica nel mettere da parte, temporaneamente, la dottrina economica dell’iperliberismo.
I SETTORI
CHIMICA
I dati italiani di fine 2008 parlano chiaro e hanno registrato in generale nel settore il calo delle produzioni del 14%, dato che raggiunge il 22% nella petrolchimica e che registra cali del 18% nelle plastiche e del 11% nelle specialità, percentuali che andranno a peggiorare il disavanzo commerciale pari a 10,6 miliardi di euro registrato nel 2007. Tale deficit commerciale è dovuto all’alto prezzo del petrolio, alla scarsa competitività con i fattori di costo con i paesi dell’Asia e del Medio Oriente e agli alti prezzi dell’energia in Italia.
La chimica in Italia vale ancora 57 miliardi di euro e con la farmaceutica raggiunge gli 81. Occupa ancora 125.000 addetti che salgono a 194.000 con la farmaceutica, di cui il 18% è laureato a fronte di una media nazionale del 7% e per ogni addetto attiva circa 2 lavoratori nell’indotto rispetto ad una media nell’industria di 0,7 lavoratori. Nel contesto europeo le previsioni anticipano cali del 5% per i circa 1,5 milioni di lavoratori che fanno il 30% della chimica mondiale che complessivamente valeva 1764 miliardi di euro nel 2007.
Ma i dati disaggregati registrano anche perdite degli utili nel 2008 del 48% per la belga Solvay e di circa l’83% solo nell’ultimo trimestre. La Basf, la più grande azienda chimica mondiale ha in corso la fermata di tre mesi per circa 80 impianti produttivi. La Polimeri Europa, la più grande azienda chimica italiana registra perdite per 380 milioni di euro. A queste pessime notizie si aggiungono quelle analoghe dell’americana Dow Chemical e dell’olandese DSM-Sabic. Se all’elenco sopra aggiungiamo anche il gruppo russo-americano Lyondell-Basell che versa in disperate condizioni economiche e finanziarie, la fallita campagna commerciale di Montefibre in Russia e il sequestro degli impianti (per motivi ambientali) dell’italiana Snia Caffaro, il quadro generale in cui opera oggi l’industria chimica mondiale e nazionale è veramente nero.
Le commodities industriali mature nei periodi di contrazione economica, caratterizzate dal crollo della domanda e dall’eccesso di offerta, come quello in corso, sono le prime a registrare un calo del saggio di profitto. Nel ciclo economico appena interrotto si è passati da una crescita mondiale del PIL dal 5 al 3% nel 2008, e con dati disaggregati che registrano una recessione del PIL dei Paesi del G8 al di sotto dello 0, con stime per il 2009 tra il -3 e il -5%, come quello stimato anche per l’Italia.
Con indicatori così negativi l’industria chimica di base perderà volumi, perderà ricavi e sarà oggetto di forti ristrutturazioni e chiusure di impianti e fughe da parte degli azionisti.
Sarà necessario correre in fretta ai ripari e per garantirsi un ricovero sicuro dal fortunale che si sta abbattendo nel settore sarà necessario ripensare il ruolo dello Stato nell’economia moderna.
Ripartire dalle regole, rilanciando un ciclo di crescita economica più graduale e meno tumultuoso con l’obiettivo di ridistribuire la ricchezza prodotta, rimane una delle prerogative più ragionevoli da mettere in campo per rieducare la mano invisibile di Smith.
Scelte di questo tipo sono state più volte adottate dai paesi in via di sviluppo per tutelare i propri patrimoni dalle brutali leggi della libera concorrenza e consentire alle proprie imprese di assumere dimensioni tali da poter sostenere gli urti della competitività nel mercato.
Guardando alla storia recente del nostro paese ricordiamo il ruolo svolto dall’IRI, tra e dopo le due grandi guerre del secolo scorso. Ruolo determinante per la crescita della nostra economia in un contesto fatto di macerie, senza valide autorità di governo, senza regole e tutele sia per le persone fisiche sia per le imprese.
Molti di noi ricordano il ruolo delle Partecipazioni Statali nell’economia moderna del Paese, fatto non solo di clientelismo ma anche di impegno dello Stato nella ricerca e nella calmierazione dei prezzi dei beni e dei servizi.
Sostanzialmente le due esperienze richiamate svolgevano un ruolo di ammortizzatori dell’economia reale, nel complicato rapporto tra domanda e offerta, attenuando le distorsioni del mercato e restituendo alla politica un ruolo di arbitro imparziale, assoggettando il mercato alle regole senza soffocarlo.
Lo sganciamento dell’economia contemporanea dagli ormeggi pubblici e l’agganciamento alla visione totalizzante della globalizzazione dei mercati, ha prodotto ovunque caos economico e conflitti sociali. Così in questi ultimi anni abbiamo assistito al depauperamento del patrimonio sociale e economico dello Stato, in tutti i settori merceologici, e pagato dazi pesanti in termini di chiusure di impianti e di progressivo impoverimento dei cittadini.
In Europa oggi si nazionalizza: dalle banche ai settori dell’automobile, dalla petrolchimica all’alimentare. Ciascun paese della UE a 15 o a 27 che detiene assetti industriali strategici tali da compromettere buona parte del proprio tessuto economico non tentenna sulle decisioni da mettere in atto e lo fa in barba alle teorie del liberismo economico, almeno in casa propria.
Sono attualmente 23 i Paesi nel mondo ad aver adottato pratiche protezionistiche a tutela degli assetti strategici e contemporaneamente gli stessi Paesi esortano se stessi e gli altri a non mettere in atto pratiche anti liberiste dando esemplare prova di crisi schizofrenica.
Lo stallo del negoziato mondiale sul commercio, il Doha Round, per il rilancio del libero scambio e del libero mercato tra i paesi del WTO, mostra come il commercio mondiale non sia più, oggi, una priorità dei Governi, né nei paesi avanzati né in quelli emergenti. Anzi lo spettro della depressione e l’aumento della disoccupazione richiamano i Governi a mettere in atto pratiche protezionistiche.
In questo scenario la chimica italiana cerca di barcamenarsi, rimpallata dalla crisi economica e dall’assenza di una rete di protezione dello Stato.
Le vicende di Porto Marghera, della Sardegna e della Sicilia, solo per citare i fronti più caldi, sono fulgidi esempi di come da anni lo Stato, i Governi, le imprese contraddicano se stessi e, calpestando per miopia i loro stessi interessi, producano incalcolabili danni all’economia nazionale.
Non aver messo in atto le indicazioni contenute negli accordi di Programma, ormai decennali, richiama alla memoria una delle migliori metafore del teatro pirandelliano, in cui l’unica cosa certa è lo smarrimento degli attori protagonisti, tutt’ora alla ricerca delle loro identità. Ma dato che dallo smarrimento all’assurdo il passo è breve, non possiamo fermarci in attesa del nostro “Godot”, perché lo stesso è presente tra noi da molto tempo ed è racchiuso in quegli accordi e da anni reclama, compostamente, di essere mandato in scena. Si tratta “soltanto” di fare il proprio dovere e ciascuno dei protagonisti degli Accordi può trovare la sua identità e dignità assumendosi l’impegno di rispettare il proprio compito, senza il bisogno di mandare in scena crisi o psicodrammi.
Eni, Polimeri Europa e Ineos sono i maggiori attori di questi ultimi anni, non i soli, e a loro ci rivolgiamo per avere riconferma degli impegni sottoscritti in sede di Governo.
Non abbiamo scherzato. Noi vogliamo ripartire da quegli Accordi ed eventualmente attualizzarli in un contesto ancor più difficile e contrastato ma sicuri che gli Accordi sono validi esempi di dialogo sociale.
L’impalcatura politica degli Accordi di Programma mette al centro una visione circolare dell’industria e dell’economia nella quale sia nelle filiere che essi diramano sia in quelle che essi ispirano, si innescano volani dinamici per ogni settore: per le PMI, come per le grandi imprese energetiche.
L’ultimo documento di rilievo prodotto dal MSE, “ Industria 2015 ” testimonia l’importanza di queste scelte, non solo dal punto di vista metodologico, ma anche da quello quali-quantitativo.
Possiamo rinunciare a queste best-practices? Se sì, a favore di quale alternativa?
Bisogna ripartire da un lavoro di ricognizione per avere un quadro aggiornato sull’effettivo stato dell’arte della chimica in Italia, ricordando che l’ultimo lavoro è stato presentato alla Camera dei deputati sul finire del 2002 e che da allora ad oggi è trascorsa un’epoca. Consolidare il settore industriale della chimica di base in Italia non significa salvare tutto a priori, bensì riorganizzare e ristrutturare i cicli guida della chimica come quello dell’etilene, del propilene e del clorosoda-pvc.
L’ultima ricognizione metteva in evidenza il nanismo dimensionale e la scarsa internazionalizzazione delle imprese chimiche, incapaci di sostenere la competizione e di attrarre i capitali di investimento.
Quest’ultimo aspetto introduceva una specifica riflessione sul perché la chimica italiana non fosse in grado di intercettare i grandi capitali di investimento come invece avveniva per la chimica tedesca, francese (l’area industriale di Marsiglia) e più tardi per quella spagnola (la regione della Catalogna).
Tre sono le macro questioni che hanno caratterizzato negativamente l’arco di tempo preso in esame: il nodo delle autorizzazioni, l’alto costo dell’energia e l’improcedibilità nella bonifica delle aree.
Temi che hanno fatto la differenza tra crescita e declino dei territori, non solo nella chimica ma in generale anche nelle altre dorsali industriali. Argomenti nodali degli Accordi di Programma, sui quali il sindacato ha sempre preteso interventi atti a rimuoverne gli elementi ostativi, ma invano.
Possiamo competere se i processi autorizzativi durano mediamente 27 mesi?
Possiamo competere se il costo dell’energia è mediamente più alto del 30% del prezzo medio europeo?
Possiamo essere accettati dai cittadini se i processi di bonifica ambientale non si fanno?
Le ragioni di questi ritardi sono molteplici e per il sindacato sono anche note le cause che fino ad oggi ne hanno impedito la loro realizzazione: burocrazia, costi energetici, questioni ambientali. A queste cause oggi si aggiunge la crisi economica più grave degli ultimi cinquant’anni a cui è complicato rispondere.
L’industria chimica rischia di perire per queste notissime ragioni ancora prima che essa possa fare i conti con la crisi.
Etilene e propilene sono le partite strategiche da giocare non solo in Italia ma in Europa e nel mondo. Chi resisterà e supererà la crisi metterà la propria mano sul pallino della chimica in Europa. Non sarà il Reach a selezionare il gruppo di testa delle migliori aziende chimiche nel mondo, ma chi sarà in grado di ristrutturare la propria filiera della chimica di base. L’Italia dovrà selezionare le produzioni e investire nella chimica ad alto valore aggiunto, che organoletticamente è diversa e migliore di quella mediorientale, ed è conveniente farlo in questa fase bassa del ciclo economico. Infatti gli investimenti oggi costano molto meno di sei mesi fa e attingere alla ricerca in casa può fare la differenza. Si guardi alla filiera chimica vegetale, alle biotecnologie già pronte per il mercato, e alle nanotecnologie, per garantirsi un posto al sole tra i paesi che contano.
L’Eni farà mai una campagna massiva di investimenti nella chimica? L’Ineos rimarrà a fare chimica in Italia? La Basell ce la farà ad evitare la bancarotta?
Ma se nessuno dei grandi gruppi citati investe nella chimica, possiamo continuare ad affidare le sorti di un settore industriale che oggi vale 56 miliardi di euro e 125 mila posti di lavoro a degli sconosciuti outsiders?
Per quanto tempo possiamo ancora accettare che la piattaforma industriale della chimica sia asservita alle strumentalizzazioni ideologiche dei movimenti ambientalisti?
Senza Polimeri Europa, senza Basell e senza Ineos, i costi dell’ausiliaristica e dei servizi dei poli chimici diventeranno insostenibili per la Solvay, per Montefibre e per le altre imprese che oggi vivono in modo integrato il condominio industriale.
L’Italia ha un enorme debito pubblico e oggi non chiediamo che al debito si aggiunga ulteriore debito, ma come è avvenuto recentemente, in modo responsabile, per il salvataggio di Alitalia, chiediamo al Governo che si progetti anche per la chimica una cordata di imprenditori nazionali e internazionali per il suo salvataggio.
Non pensiamo alla nazionalizzazione della chimica dell’Eni e di altri pezzi della chimica in difficoltà, ma ad un progetto industriale in cui la ristrutturazione della chimica avvenga prima con la ricostruzione integrata dei cicli e dopo con una selezione delle filiere più redditizie, creando una good company e una bad company.
È chiaro, serve un tavolo tecnico, una cabina di regia che soltanto un interesse superiore può ordinare.
Per esempio immaginiamo il ruolo dello Stato come tutor industriale per un limitato periodo di tempo, del resto oggi lo è già con il controllo del 27,8% di ENI per mezzo del MEF, e pensiamo ad un suo ruolo di fideiussore finanziario, in funzione anticiclica per consentire alle imprese di avere accesso al credito per gli indispensabili investimenti, considerata la crisi e stimata la sua durata.
Riportare insieme il ciclo etilene-polietilene e il ciclo propilene-polipropilene, avrebbe un senso industriale di sicuro interesse, per investitori e imprenditori, vecchi e nuovi.
Si creerebbe dopo 18 anni un piccola EniMont in cui tornerebbero insieme le migliori competenze intellettuali e produttive della chimica in Europa. Si potrebbe affermare che l’Italia ricostruirebbe un campione nazionale in uno dei settori avanzati dell’economia moderna.
Sarebbe incredibile e forse un po’ ingenuo pensare che la peggiore crisi potrebbe aiutarci a pre-costituire una soluzione agognata in Italia da decenni?
Per fare questo non possiamo aspettare gli sviluppi del piano Delors, cioè che lo faccia l’Europa con il sostegno della BEI, ma lo può fare soltanto il Governo italiano, nell’interesse esclusivo dello Stato, ristrutturando le attività industriali sui volumi correnti e investendo in bonifiche ambientali, per il recupero delle aree da restituire al mercato, evitando azioni speculative che già si intravedono.
Per esempio il CIPE il 6 marzo ha deliberato la riprogrammazione del FAS (fondo aree sottoutilizzate) per oltre 15 miliardi di euro in tre nuovi capitoli: il Fondo per le infrastrutture strategiche, il Fondo sociale per l’occupazione e gli ammortizzatori e il Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale (presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). Quest’ultimo, il Fondo strategico, vale 9 miliardi, una finanziaria di qualche anno fa, da spendere per iniziative e investimenti a favore della ricerca, dell’innovazione e bonifica dei siti industriali in piena coerenza con quanto chiediamo.
Il mercato futuro sarà basato ancora per decenni sull’etilene, che oggi rappresenta la “commodities” più diffusa al mondo, molto più del ferro, e anche se le norme ambientali ne dovessero anticipare un ipotetico declino al suo posto, domani, subentrerà un’altra commodities, il propilene, meno tossico e forse più flessibile, per soddisfare le innumerevoli esigenze della futura società.
ENERGIA
In questo scenario il nostro paese ha ridato priorità all’agenda energetica e ai temi dell’energia. Temi di cui non solo il Governo si dovrà occupare ma l’intera società civile poiché la qualità delle scelte complessive investirà tutti gli attori sociali e le ricadute dovranno essere considerate alla luce del processo di coinvolgimento delle comunità territoriali e dell’interesse nazionale al fine di superare la sindrome di Nimby che ancora oggi inibisce la produzione delle scelte. L’energia è un settore centrale e come tale richiede un piano nazionale in cui il tema va affrontato sia dal punto di vista della diversificazione degli approvvigionamenti sia dal punto di vista dell’economicità delle materie prime e del loro prezzo che insieme rappresentano la questione nodale per l’industria e per i servizi a rete. La produzione industriale di energia si presenta con una struttura dell’offerta che richiede tempi lunghi di realizzo e enormi capitali di investimento. Tale struttura restringe il numero di imprese in grado di offrirla e questo aspetto del mercato si caratterizza in un oligopolio in tutti i maggiori Paesi occidentali. In effetti i consumatori difficilmente possono fare a meno del prodotto energia o possono scegliere fra tanti tipi di offerta di energia proveniente da fonti diversificate più economiche e più disponibili delle fonti fossili. Inoltre l’energia è difficilmente stoccabile. Per queste e altre ragioni il mercato energetico viene definito un mercato anaelastico. Ne risulta che la domanda è subordinata all’offerta e se non c’è abbondanza di offerta il prezzo sarà sempre alto e i benefici per il consumatore saranno anch’essi sempre scarsi o inesistenti con effetti negativi per la competitività della nostra economia. Serve quindi un piano energetico e una politica industriale per l’adeguamento dell’offerta alla domanda e per creare le condizioni di una vera concorrenza sui prezzi. Ora in aggiunta a tali considerazioni si deve tenere presente che il fabbisogno di energia del nostro Paese dipende in misura superiore all’80% da fonti fossili e in particolare dal gas e che i giacimenti di questi idrocarburi si trovano al di fuori del nostro territorio e al di fuori dell’Unione Europea in condizioni in cui le leggi del libero mercato non operano. Pertanto nel delineare i contorni di una politica industriale si dovrà tenere in considerazione dell’asimmetria esistente tra i vari sistemi economici in cui la domanda e l’offerta di energia si confrontano seguendo questa griglia: 1) la disponibilità delle fonti si trova esternamente al territorio nazionale; 2) l’eccessiva distanza dei mercati dei consumatori rispetto ai produttori; 3) la presenza di oligopoli; 4) la rigidità della struttura dell’offerta condiziona la domanda; 5) i Paesi che detengono le fonti non sono aperti alle regole del libero mercato; 6) le fonti di energia sono in mano ai Paesi e non a società private; Inoltre la complessità del sistema di trasporto delle fonti energetiche complica ulteriormente il puzzle da risolvere. Inevitabilmente anche questo aspetto condizionerà le scelte di politica industriale. L’insieme delle considerazioni fin qui riportate e a fronte dei risultati economici ancora insoddisfacenti provenienti dalla ricerca scientifica sulle fonti rinnovabili, ripropongono l’impiego delle fonti fossili come prima opzione utile di fronte alla forte e crescente domanda di energia.
Nel 2030 è stimato che la domanda globale aumenterà del 50% e che l’80% della domanda sarà sostenuta da fonti fossili. Parallelamente è stimato che entro il 2030 le emissioni di anidride carbonica aumenteranno di circa il 57% e che nella misura dei due terzi sarà prodotta dai paesi in via di sviluppo e che per il 56% proverrà dalle aree metropolitane di Pechino e Delhi. Forse sono solo stime e forse sono fin troppo catastrofiste ma gli effetti sul clima sono già oggi evidenti e vanno dall’incremento delle temperature dell’aria e delle acque allo scioglimento dei ghiacciai con l’innalzamento del livello degli oceani. Guardando a questo scenario sarà imprescindibile diversificare le fonti e utilizzare tra queste quelle meno inquinanti con il miglior rapporto prezzoefficienza energetica, con il minor rischio di disponibilità di approvvigionamento e con il più lungo orizzonte temporale per disponibilità delle riserve provate.
Il gas è l’unica fonte energetica oggi disponibile in grado di coniugare il set di requisiti sopra richiamati e a proporsi come fonte di riferimento per affrontare l’immediato futuro. Il gas è la fonte fossile più pulita e la “meno costosa” (si considerino i costi di realizzo delle centrali a gas con quelli delle centrali a carbone di nuova generazione) a parità di efficienza energetica. Il gas è molto diffuso sul pianeta ed è anche abbondante e se per alcuni Paesi consumatori è distante dal mercato di consumo il gas è trasportabile e stoccabile. Una fonte di energia duttile che è stata riscoperta in questi ultimi anni in cui l’aumento della sensibilità dell’opinione pubblica ai problemi ambientali ha dettato alla ricerca soluzioni che coniugassero lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente, e pensare che tanti anni fa veniva bruciato in torcia con danni enormi per l’ambiente circostante. A causare ciò erano i prezzi bassi di questa materia prima che impedivano un ritorno sugli investimenti, ancora non c’erano adeguate conoscenze e tecnologie per imbrigliarlo, trasportarlo e venderlo come concorrente diretto del petrolio, suo stretto parente. Per queste ragioni il gas via via è divenuto la soluzione industrial correct per la produzione di energia elettrica, per il riscaldamento, per l’industria chimica e ora compete anche con i suoi più raffinati cugini ” benzina e gasolio” nel settore industriale dei trasporti. Il dibattito e le scelte che verranno messe in campo dovranno tenere conto di questo contesto ed è già ora evidente che favorire l’uso del gas come soluzione energetica dividerà ulteriormente le parti, tra chi riterrà più convenienti gli investimenti per i metanodotti-oleodotti (il tubo), e chi parteggerà per i rigassificatori, per garantire una crescita economica sicura e nel rispetto dell’ambiente.
L’Italia non ha avuto una buona legge sul riassetto del mercato del gas naturale. I difetti di questa legge sono diversi. Innanzitutto va detto che in Italia vi è una forte differenza sostanziale rispetto ai mercati degli altri paesi europei, i quali sono tutti meno liberisti del nostro. La legge approvata nel 2000, per stessa ammissione del Governo di allora, rappresenta in Europa la norma più avanzata di tale settore. Inoltre, sono stati posti dei tetti di mercato e l’Italia è stato l’unico paese europeo a fare ciò. La direttiva europea sull’apertura del mercato del gas emanata nel 1998 (la n.30) è stata interpretata in maniera molto estensiva dal Governo italiano nella realizzazione dell’apertura del mercato. Mentre nel settore dell’energia elettrica la piena apertura avverrà nel 2030 -ma esistono anche dei progetti di legge che tendono ad anticipare questo termine. La rapidità con cui si è proceduto all’apertura di tale mercato rischia di provocare grossi problemi nel paese. In particolare, il decreto legislativo del 23 maggio 2000, n.164, con cui l’Italia ha recepito nell’ordinamento interno la direttiva europea n. 30 del 1998, ha fissato dei tetti, cioè delle quote massime, sia di immissione di gas nella rete nazionale (75 per cento dei consumi nazionali) sia di vendita ai clienti finali (50 per cento dei consumi nazionali). I tetti fissati decorrono dal 1o gennaio 2003 per le vendite e dal 1o gennaio 2002 per l’immissione di gas. Nel primo caso nessun operatore può immettere in rete più del 75 per cento del fabbisogno nazionale; questa percentuale scenderà al 61 per cento nel 2009. È opportuno però evidenziare che la direttiva europea non aveva disposto l’apertura totale immediata del mercato né aveva previsto i tetti. “La legge italiana ha previsto anche la separazione societaria delle attività di commercializzazione, acquisto e vendita, dall’attività di trasporto e di distribuzione, nemmeno questo era previsto dalla direttiva europea. L’Italia è l’unico paese, insieme alla Spagna, ad aver introdotto questa separazione mentre in Francia su tali decisioni il Governo francese rafforza le società e i programmi di integrazione e fusione tra gli operatori del settore. Ragioni difficili da comprendere ma l’Italia ha deciso di porre fine ad un sistema integrato di approvvigionamento, trasporto, stoccaggio e distribuzione del gas naturale che aveva sempre lavorato egregiamente. L’esistenza di un operatore unico integrato nell’intera filiera garantiva che tutte le parti del sistema fossero coordinate l’una con l’altra. Vale a dire che quando si acquista gas all’estero ci si assicura che esistano le strutture per il trasporto e che, a valle di queste, ci sia un mercato capace di assorbire il gas acquistato nel pieno rispetto dei contratti take or pay (prendi o paga). Pertanto, oggi, il rischio che si possano determinare delle situazioni critiche è molto elevato. Gli arrivi di gas dalle varie parti del mondo saranno governati da più operatori e le capacità di trasporto saranno gestite da un terzo che non ha alcuna integrazione con colui che acquista e vende. Smontata questa macchina occorre adesso trovare il modo di integrarne le parti e di renderne simmetrico il lavoro. Tutto ciò si potrà ottenere attraverso un complesso sistema di regole che siano fondate su principi univoci e chiari. Queste regole non garantiscono un’efficienza di sistema poiché i vantaggi dei produttori si realizzano a scapito dei consumatori. La rapidità con cui è stato realizzato il processo di apertura del mercato ha impedito che l‘authority potesse provvedervi nei tempi previsti dalle leggi. Tutto questo è avvenuto in un quadro di presunta liberalizzazione del mercato e senza alcun vantaggio per i consumatori”. Le infrastrutture e gli investimenti sono gli aspetti più critici per il funzionamento del mercato italiano del gas. Il dibattito su questo tema è in corso da tempo presso i ministeri, nelle associazioni di categoria, sulla stampa, tutti parlano del collo di bottiglia che impedisce l’arrivo del gas nel mercato italiano e in molti sostengono che l’Eni ne sia la causa. Infatti, l’accusa che viene rivolta all’Eni si basa sulla tesi che la compagnia italiana abbia saturato i tubi con il passaggio del proprio gas impedendo ad altre compagnie l’uso dei tubi. Il gas arriva e arriverà in Italia dalla Russia, dall’Olanda, dalla Norvegia, dall’Algeria e dalla Libia, attraverso gasdotti che sono di proprietà delle società produttrici e società distributrici-importatrici, legate da contratti take or pay. Sono contratti di lunga durata (circa 30 anni) con i quali i produttori si legano ai distributori per la vendita e l’acquisto di un prestabilito volume di gas che viene fatto pagare anche se il distributore non lo ritira. Avviene questo perché diversamente dai liquefattori che possono vendere gas via nave, il produttore-venditore “via tubo”, potrà venderlo soltanto a quei distributori-importatori dei paesi in cui passa il gasdotto. Tali impianti richiedono, dato il loro elevatissimo costo, che sia garantita la certezza di utilizzazione per lo sfruttamento o coltivazione dei giacimenti. Spesso produttore e consumatore insieme realizzano le infrastrutture di trasporto e/o trasformazione che sono costosissime e richiedono accordi politici e diplomatici tra i Governi dei Paesi attraversati dai gasdotti o per la costruzione degli impianti di liquefazione. Alla luce di queste precisazioni ritengo che l’Eni faccia bene a difendere il proprio diritto sul tubo, visti gli enormi costi sopportati, e che siano le altre compagnie a creare nuove reti per garantirsi diritti d’accesso al mercato. In quest’ottica risulta altrettanto chiaro il pericolo rappresentato dai “tetti” di vendita di gas nel mercato italiano, perché mette in crisi la tipologia standard dei contratti gas presenti sul mercato mondiale con il danno di vedere gas desinato all’Italia dirottato su altri mercati europei e forse a prezzi più bassi per via della necessità, subentrata nell’offerente, di rispettare il contratto take or pay .
‘E utile far crescere il numero dei distributori di gas in Europa, se poi il produttore di gas è sempre lo stesso? ‘E questo il modello di libero mercato che vogliamo realizzare? È realistico pensare che con questo modello di libero mercato per il consumatore ci possano essere benefici sulla bolletta? E infine questo modello di mercato potrà dare sicurezza agli approvvigionamenti?
In questo momento siamo di fronte a scelte molto impegnative riguardanti il tema della diversificazione degli approvvigionamenti e della diversificazione delle produzioni energetiche. Gli investimenti intensivi messi in atto dall’Enel a Civitavecchia per la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga Nord e gli 11 progetti per la realizzazione di rigassificatori dividono le istituzioni, le coalizioni politiche, gli enti locali e i cittadini.
A fronte di un complessivo fabbisogno di energia elettrica nazionale di 325 miliardi di kwh nel 2005, c’è stata nello stesso periodo una produzione netta pari a 287 miliardi di kwh (senza l’idrico), con una importazione di energia (dall’estero) pari a 50 miliardi di kwh. Tutto ciò rende evidente che oltre alla diversificazione delle fonti abbiamo anche la necessità di aumentare le capacità produttive.
Se poi a tutto questo si aggiungono le stime che indicano in 405 mld di kwh il fabbisogno energetico italiano per il 2015 (è prevista una crescita della domanda di energia al 2% annuo) è ancora più evidente la necessità di mettere in cantiere fin da oggi le scelte industriali e i relativi investimenti finanziari per sostenere le prospettive di crescita e di benessere del Paese.
Contestualmente lo scenario ci presenta tre tipi di emergenza:
coniugare la crescita della domanda con l’insediamento di nuovi impianti di produzione energetica;
ridurre le emissioni di Co2 attraverso lo sviluppo di tecnologie da fonti rinnovabili;
proteggere i livelli occupazionali anche attraverso una formazione continua dei lavoratori occupati nei nuovi processi di produzione del settore “energetico”.
Ognuno di questi punti richiede di lavorare con impegno nella costruzione della catena del consenso in un quadro di razionalità dei bisogni dove il primo ostacolo da superare è la rinuncia al diritto di veto.
Recentemente l’Italia ha presentato all’UE un piano sulle assegnazioni delle emissioni di gas serra per il periodo 2008-2012 ma l’Europa chiede una ulteriore riduzione del 6,3. La decisione è stata presa dalla Commissione UE in veste di “controllore” delle emissioni previste dal Protocollo di Kyoto. C’è da dire che Bruxelles ha respinto 19 dei 22 piani presentati dagli altri Paesi europei; accolti quelli della Gran Bretagna e della Slovenia, mentre il piano della Francia è stato accettato dopo opportune modifiche. Le critiche mosse al piano italiano riguardano le quantità di anidride carbonica che le nostre industrie si prevede disperderanno nell’aria: il governo ne aveva previste 209 milioni di tonnellate (tetto molto vicino al piano proposto dall’Eni) mentre Bruxelles ha deciso di consentirne 195,8, ovvero il 6,3% in meno. Ai costi attuali la riduzione assegnata comporterà un maggiore costo per il nostro sistema produttivo di 260 ml di €, ma ben maggiore sarebbe la multa in caso di inadempienza a quanto prescritto.
La Germania dovrà tagliare 30 milioni di tonnellate la Polonia 76. L’Italia dovrà fornire alla UE maggiori informazioni sul trattamento che riserverà alle nuove imprese che entreranno nel sistema di scambio delle quote di emissione e sull’inserimento di nuovi impianti di combustione (per un ulteriore milione di tonnellate all’anno) così come hanno previsto anche altri paesi europei.
Auspichiamo che la definizione del piano di emissioni non venga lasciato alle singole imprese ma dopo attenta discussione la pianificazione sia disposta dai Ministeri competenti all’esclusivo fine di aiutare il sistema produttivo.
L’Eni, (interverrà con maggiore precisione sull’argomento il nostro autorevole ospite) propone nel suo piano Nazionale di assegnazione 2008-2012, di “innalzare al 40% la massima percentuale di copertura del gap di emissione rispetto al target di Kyoto, con conseguente aumento del gap complessivo medio, nel periodo 2008-2012 fino a portarlo da 194,0 a 208,9 MtCO2/anno; in parallelo propone di aumentare, dall’attuale “10% al 20%, la percentuale di quote restituibili dalle singole installazioni con crediti maturati all’estero”;
L’Enel dal canto suo è impegnata in una forte campagna di acquisizioni di nuove società energetiche soprattutto in ambito europeo e in special modo di centrali nucleari. Sono investimenti nell’ordine di miliardi di euro realizzati con fondi provenienti dai ricavi di recenti positive gestioni. L’eccesso di liquidità dell’Enel, ottenuto in misura maggiore attraverso il mercato domestico, non viene impiegato in investimenti a favore delle energie rinnovabili ma a vantaggio del nucleare che ancora pone incertezze soprattutto per gli oneri non quantificabili nella gestione delle scorie[1]. La criticità di questa scelta non colloca l’Enel tra le aziende a bassa produzione di Co2 ma con l’Eni nel novero delle aziende che producono energia in massima parte da fonti fossili.
Intervenire solo ed esclusivamente sul sistema produttivo industriale ci sembra eccessivo. Da una parte si rischia di indebolire la capacità competitiva delle imprese e dall’altra non si stimola il contributo del settore dei trasporti, dell’edilizia e agricolo nella riduzione di co2.
Il Rapporto Stern e il Quarto Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU e l’Unione Europea invitano a sottoscrivere, al di là di Kyoto, un nuovo grande accordo globale tra i paesi industrializzati responsabili ancora oggi del 50% circa delle emissioni di gas serra. La vera novità sta nell’impegno dell’UE a ridurre unilateralmente di almeno il 20 % le proprie emissioni entro il 2020, dichiarandosi disposta anche a raggiungere il 30%. L’Europa quindi accompagna la proposta fatta con una decisione. Ciò dovrebbe conferirle credibilità e forza negoziale sia all’interno sia nel contesto internazionale rispetto ad USA, Cina e Russia. Il Piano d’Azione europeo si spinge ben oltre il 2020 fino a comprendere il 2050. Entro quel termine le emissioni mondiali globali dovrebbero essere ridotte del 50% e quelle dei paesi industrializzati del 60%. Siamo convinti che il prossimo appuntamento sui cambiamenti climatici in programma a dicembre a Copenaghen sia a favore di questi obiettivi.
Jeremy Rifkin, presidente della Foundation of Economic Trend e uno dei più grandi esperti di energia alternativa, “trova fondamentali le modifiche indicate dalla UE, da apportare al piano italiano: è passata la linea di un modello energetico assolutamente innovativo che poggia su 5 pilastri: 1) riduzione del 30% delle emissioni serra, 2) riduzione del 33% del consumo dell’elettricità, 3) aumento del 20% dell’efficienza energetica, 4) ricorso per il 25% dell’energia globale a fonti rinnovabili da impiantare da oggi al 2020, 5) utilizzo entro il 2025 di un’infrastruttura all’idrogeno attraverso una rete capillare e una tecnologia di immagazzinamento avanzata, per il funzionamento di apparecchi elettronici portatili entrati ormai nella quotidianità. Da ultimo, ma non meno importante, occorrerà rendere le reti di distribuzione indipendenti e “intelligenti” entro il 2025 in modo che le regioni e le città possano produrre e condividere i flussi energetici. Si tenga sempre presente che nessuna economia può sopravvivere sulle macerie della natura quindi si utilizzi ciò che la natura ci offre a piene mani: il vento, il sole, le biomasse e la geotermia. Si può sperare così in un grande rilancio dell’economia italiana che avrebbe le carte in regola per conquistare la leadership della terza rivoluzione industriale”.
Domanda: La sfida qual è?
1) Sarà quella di estendere l’uso di energie alternative, (usate al momento solo come studi o progetti pilota), come quelle prodotte dalle biomasse che combinate con l’energia solare possono, per aree limitate, ridurre l’impatto delle emissioni nell’atmosfera. 2) Sarà quella di sensibilizzare l’opinione pubblica che attraverso la consapevolezza potrà influenzare le scelte del Governo. 3) Sarà quella di investire in ricerca scientifica e innovazione come in parte già previsto dalla Legge Finanziaria.4) Sarà quella di potenziare il sistema scolastico a partire dalle superiori con programmi didattici a più alto contenuto di materie scientifiche e biologiche.
Si tratta, insomma, di sviluppare nuovi prodotti, sistemi e tecnologie per aumentare l’efficienza energetica, di diversificare le fonti e di ampliare la consapevolezza dei cittadini da coinvolgere nel processo industriale e sociale.
L’idea di rinviare la realizzazione di un piano energetico nazionale ed europeo dove potrebbe portarci?
Invece dove potrebbe condurci l’idea di costruire obiettivi ambientali raggiungibili con continuità di investimenti?
L’Italia potrebbe essere in prima linea nel recepire questo progetto, operando una campagna di sensibilizzazione nei cittadini, attraverso un cambiamento culturale e un mutamento degli stili di vita.
Nimby e le rinnovabili
Purtroppo fino ad oggi questo tipo di infrastrutture sono rimaste ferme al palo degli uffici autorizzativi della nostra amministrazione pubblica, per via della indisponibilità dei decisori pubblici a rilasciare le autorizzazioni necessarie alla loro realizzazione. Il mancato allineamento istituzionale tra Governo, Regioni e Comuni ha impedito ai consorzi di imprese, proponenti i progetti di realizzo, di aprire i cantieri per la realizzazione delle opere industriali. Tali difficoltà sono state alimentate dall’opposizione dei movimenti ambientalisti che, hanno messo in risalto la pericolosità dei gassificatori presso le comunità territoriali destinatarie degli impianti. Per anni il movimentismo politico radicale ha impedito un confronto sereno su questo tema e sull’opportunità di realizzare opere industriali basate ancora sulle fonti fossili. In alternativa le stesse forze ambientaliste proponevano di promuovere investimenti industriali a favore delle fonti rinnovabili per rispondere al crescente fabbisogno energetico. Purtroppo allo stadio attuale pur mettendo insieme tutte le risorse rinnovabili, eolica, solare, geotermica, idroelettrica, biomasse si contribuisce al fabbisogno nazionale di energia con una quota non superiore al 7% dei consumi totali, a fronte delle pressanti richieste dai settori economici dei trasporti (30%), dell’industria (28%) e residenziale-terziario (32%) per complessivi 90% dei consumi nazionali. Sono dati impietosi e che rendono ancillare il ruolo delle fonti rinnovabili ma che denunciano anche lo scarso impegno fino ad oggi dimostrato dai decisori pubblici e dalle imprese private. C’è molta strada da fare per raggiungere l’obiettivo europeo del 20% di quota di rinnovabili entro il 2020 ed è apprezzabile lo sforzo compiuto dal Ministro Bersani con le ultime due Leggi Finanziarie nell’incentivare la crescita del settore industriale delle rinnovabili per mezzo di aiuti alle imprese e ai consumatori finali. Forse i prezzi alti del petrolio di questi ultimi tempi possono stimolare un ritorno degli investimenti a favore delle rinnovabili, anche perché in passato con prezzi del barile molto bassi investire nelle alternative era semplicemente antieconomico.
In questa fase avanzata dei progetti autorizzati ritengo ormai superato l’aspetto legato all’asservimento di nuove aree vergini per l’accoglimento degli impianti e all’attenzione per l’impatto paesistico. Tra i tanti progetti presentati ritengo, personalmente, che quelli non ancora autorizzati di Rosignano, Brindisi, Priolo rispondessero meglio al requisito di integrazione industriale e risparmio di nuove aree verdi in cui insediare le opere industriali. I progetti citati prevedono l’insediamento del rigassificatore all’interno del polo industriale esistente. Nei siti richiamati sono presenti servizi efficienti e le opere andrebbero ad integrarsi con le diverse tipologie di imprese già presenti così da favorire un effetto sistemico e di filiera. Ora, superato questo aspetto, ben vengano le autorizzazioni per questi quattro nuovi impianti che, oltre a dare risposte sul piano dell’approvvigionamento, innescano un effetto filiera per l’industria dell’indotto che gravita intorno a queste grandi infrastrutture. Infatti, oltre ha dare una mano sul versante dell’offerta, ampliandola, diversificandola, e per il superamento dei colli di bottiglia imposti dal tubo e dai tetti, gli impianti di rigassificazione sono un’importante opportunità anche dal lato imprenditoriale, professionale e occupazionale. L’industria criogenica potrebbe svilupparsi per effetto della produzione fatale del freddo e riutilizzare questo fattore per la promozione e lo sviluppo di attività da esso derivate. Nello studio presentato da Edison per il progetto di Rosignano erano previsti dai 30 ai 50 posti di lavoro solo in questa specifica attività industriale. Senza dubbio anche altre attività industriali verrebbero incentivate e incrementate come i trasporti e i servizi. Politici, imprenditori e sindacati non possono che auspicare e condividere la promozione di queste infrastrutture e contemporaneamente mantenere sempre elevata l’attenzione alle problematiche ambientali e la compatibilità con il mercato. La questione di fondo è: sarà possibile di fronte alla crescita dell’economia rinunciare alle fonti fossili e puntare sulle alternative? Le tecnologie e le conoscenze oggi disponibili ci consentiranno in tempi brevi di produrre quantità elevate di energia?
Ai rappresentanti delle istituzioni e del mondo del lavoro che abbiamo l’onore di ospitare, chiediamo come pensano di intervenire a monte della filiera produttiva per recuperare lo svantaggio competitivo che ci separa dal resto d’Europa e quale strada percorrere per coniugare lo sviluppo nel pieno rispetto ambientale.
Sulla strada del raggiungimento di questi obiettivi si pongono problematiche rilevanti che vanno affrontate con determinazione adeguata alla complessità dei fattori critici che ci troviamo davanti e che sono:
la necessità di delineare un Piano Energetico coordinato che veda il coinvolgimento di principali attori ed indirizzato verso l’obiettivo dello sviluppo sostenibile;
la disponibilità di dispositivi fiscali incentivanti per le imprese e per i cittadini, che educhino al risparmio energetico e guardino al miglior utilizzo delle fonti disponibili;
una rinnovata strategia nel campo della ricerca che restituisca al nostro Paese un ruolo di punta al fine di ridurre le importazioni di energia e la messa a punto di tecnologie proprietarie per rimuovere dipendenza dall’estero;
un sistema autorizzativi adeguato che consenta la certezza tempi di investimento e la realizzazione delle strutture per la produzione di energia, soprattutto per le fonti alternative e rinnovabili.
Sono temi importanti ma non insormontabili e che vedono come prioritaria l’assunzione da parte degli attori, prima di tutti il governo e Parlamento ma anche delle parti sociali e dei cittadini di una nuova cultura dell’approccio ai fattori della produzione.
IL MODELLO CONTRATTUALE
La fase storica attuale ha imposto un adeguamento del modello contrattuale in Italia, la riforma della contrattazione si è quindi resa necessaria, con l’obiettivo di cogliere le nuove opportunità di crescita.
La Uilcem crede fermamente nella necessità del mantenimento ed ulteriore sviluppo del livello nazionale di contrattazione, quale elemento cardine per la difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori e la garanzia di base economica. Inoltre la contrattazione di secondo livello deve essere ulteriormente sviluppata sulla base del modello di categoria, il quale permette di distribuire al meglio la ricchezza prodotta a livello locale/aziendale.
Uno sviluppo per la contrattazione di secondo livello che deve essere mirato verso le PMI e soprattutto al Sud.
Una organizzazione sindacale più presente sul territorio e sui luoghi di lavoro può permettere uno sviluppo decisivo della contrattazione di secondo livello.
Una forte contrattazione di tipo collettivo a tutti i livelli che contrasti l’individualismo e che tuteli le fasce più deboli.
Dovrà essere sviluppata anche la contrattazione “europea”, per evitare il dumping nei confronti dei paesi del far-east.
Il recente e controverso accordo sulla riforma della contrattazione purtroppo non ci vede tutti dalla stessa parte e le firme non sono tutte.
Questo non fa bene all’interesse generale del nostro sistema contrattuale, delle relazioni industriali e rischia di rafforzare il potere politico rendendolo meno permeabile alle nostre richieste.
Voglio precisare che non parlerò di chi ha ragione o di chi ha torto ma insieme a voi voglio interrogarmi su cosa sta succedendo all’interno del nostro mondo e se quanto avvenuto ci proietterà verso nuovi modelli di contrattazione e di sindacato.
Come già successo con l’accordo del ’93 credo di poter dire che la contrattazione è stata riportata al centro, ma non al centro della contraddizione storica tra lavoro e salario, bensì al centro delle attività confederali.
In questo modo si sono sostituiti agli obiettivi di merito, il salario, le differenze politiche, quale modello applicare. Quanto è avvenuto ha prodotto risultati contrastanti. Nel ’93 prevalse il senso di responsabilità e si firmò tutti insieme nel nome del risanamento per l’Europa, il 15 aprile del 2009 ci si è divisi su differenze di modello di calcolo per il recupero salariale, lasciando parzialmente insoddisfatta la domanda dei lavoratori che miravano ai salari europei.
Le ragioni su quanto avvenuto sono da ricercare sia nell’insufficienza dell’analisi, condotta dalle centrali sindacali, sia nella carenza di un grande progetto sindacale a fronte dei cambiamenti avvenuti nella società italiana. Cambiamenti fatti di idee e di proposte che recentemente hanno prima contaminato il sistema politico e successivamente hanno contagiato anche il sistema sindacale.
Sinteticamente si può affermare che oggi è possibile firmare accordi con chi ci sta e che questo modello di dialogo sociale è figlio dei mutamenti imposti dal modello politico maggioritario e bipolare.
Personalmente credo che noi operatori del sindacato abbiamo il dovere di mettere in campo tutte le attenzioni di cui disponiamo e le precedenti esperienze maturate per affrontare al meglio questa nuova fase di transizione, tra il vecchio e il nuovo modello contrattuale, per evitare lunghe e dolorose separazioni.
La centralizzazione della riforma contrattuale, operata dalle confederazioni sul modello maggioritario, senza dubbio offre un punto di ripartenza per la contrattazione collettiva nazionale. Certamente obbliga in primo luogo le parti negoziali, le categorie, ad attivare processi di interpretazione e rielaborazione del testo e del contesto, per modellare le piattaforme contrattuali sulle aspettative generali del lavoro e contemporaneamente puntare coesi a garantirsi una buona percentuale di successo alla luce dei cambiamenti.
Non a caso l’accordo del ’93 stimolò le categorie a sperimentare nuovi modelli di dialogo, di rappresentanza e di contrattazione.
Per esempio guardando nello specchietto retrovisore possiamo affermare che l’architettura delle piattaforme contrattuali e i comportamenti politici delle parti negoziali messi in atto dopo il ’93 nei fatti superarono e si discostarono anche di molto dagli schematismi di riferimento che le regole dell’accordo dettavano per la contrattazione collettiva. In poche parole nacque ma era già vecchio.
Nella maggior parte dei contratti collettivi rinnovati in quegli anni, per necessità e per autonomia, le parti negoziali ruppero i recinti dell’inflazione programmata e reale, e ricercarono altri indicatori per compensare il ritardo inflattivo, indispensabile per contenere l’erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni e mantennero saldo soltanto l’orizzonte temporale della scadenza e della cadenza.
Nell’attuale contesto, contraddistinto da crisi economica e contemporaneamente da processo deflattivo, è oggettivo affermare che l’IPCA, così come è stato per l’accordo del ’93, non riuscirà a colmare le distanze tra le aspettative dei lavoratori e le aspirazioni delle controparti, ma tuttavia rappresenta una valida base tecnica, migliore di quella del ’93, per il recupero del potere d’acquisto dei salari. Nei periodi di espansione economica, come quelli susseguitisi tra il 1977 e il 2007, se avessimo utilizzato l’IPCA avremmo messo più salario nelle tasche dei lavoratori e oggi le distanze con i salari europei sarebbero minime.
È ragionevole aspettarsi che tutto ciò modificherà il modo di fare sindacato in Italia ed è serio non fare ipotesi su come e quanto sarà diverso il futuro delle relazioni del mondo del lavoro, ma è altrettanto sicuro che un cambiamento ci sarà e dobbiamo aspettarcelo a partire dalle norme previste al titolo III della nostra costituzione.
Per esempio non è affatto da escludere che il modello attualmente sperimentato possa promuovere schieramenti nuovi tra le esistenti forze sindacali e nuove formazioni sindacali in settori in cui avverranno processi di trasformazione industriale.
Tuttavia ci sono ancora molte cose interessanti che Cgil Cisl Uil hanno prodotto recentemente, e tra queste, il Dlgs 252/2007, noto come decreto welfare, è sicuramente la risultante di un lavoro di qualità e di responsabilità che il sindacato ha messo a disposizione del lavoro e dei cittadini del Paese.
In esso, la parte centrale ruota intorno alla questione fiscale intesa come cartina di tornasole per misurare il livello di democrazia oggi presente in Italia. L’idea condivisa di ridurre le tasse sul lavoro dipendente e sulle pensioni ed avercela fatta a metterla in pratica a partire dalle riduzioni fiscali sulla contrattazione di secondo livello restituisce un minimo di senso di giustizia fiscale alla stragrande maggioranza dei contribuenti.
Alla luce dei recenti studi sul numero dei contribuenti italiani e sulla quantità e qualità del loro contributo alle casse del paese, effettuato sulle dichiarazioni 2007 e riferite all’anno fiscale 2006, emerge uno spaccato della nostra società che mette a rischio le regole fondanti della nostra democrazia.
Chi concorre di più a sostenere i costi dell’attuale modello di società sono i lavoratori dipendenti e i pensionati e in misura marginale i grandi percettori di redditi in un rapporto 3/4 a 1/4.
Alla presenza di uno squilibrio di queste dimensioni e con la consapevolezza che se lo squilibrio permanesse, a rischio verrebbe messa la democrazia nel nostro Paese e risulta essere urgente per Cgil Cisl Uil il recupero dell’impegno sulla giustizia fiscale e sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni.
Il FMI, da suoi studi e previsioni, ci dice che il debito pubblico italiano è tornato a correre e che alla fine del 2009 sarà stimato intorno al 112% del PIL e che molto probabilmente raggiungerà il 121% nel 2012, agli stessi livelli del 1992.
Tutti noi ricordiamo lo sforzo straordinario che sostenemmo all’epoca per garantirci un posto sicuro tra i paesi dell’euro ed a elevato livello di democrazia e sviluppo, quindi invitiamo il Governo a modificare i programmi futuri per evitarci ancora scenari di sofferenza ed ingiustizia sociale.
Oggi il Ministro Tremonti e il Ministro Sacconi dichiarano che non è il momento di ridurre la spesa pubblica per il Welfare, ma domani con i primi segnali di uscita dalla crisi saranno i primi a parlarci con urgenza e senso di responsabilità di tagli alla previdenza, alla sanità e alla scuola, pena il tracollo finanziario del Paese.
UIL
Deve essere sviluppato il dibattito interno alla UIL e tra le categorie.
LE RISORSE
In questa fase storica di grossa crisi economica e quindi occupazionale, anche il Sindacato deve analizzare attentamente la propria strategia e i propri obiettivi.
Un’attenzione particolare deve essere rivolta alla gestione delle risorse economiche.
Devono essere sviluppati gli “investimenti” per le donne e gli uomini dell’organizzazione:
più formazione sindacale;
più Dirigenti Sindacali operativi a seguire gli iscritti sui posti di lavoro;
maggiori e migliori sistemi di comunicazione.
Queste risorse che servono e sono necessarie per poter essere presenti ed eventualmente crescere, devono essere recuperate attraverso un efficientamento complessivo della Uilcem, con risorse mirate dal centro verso i territori, ed un miglioramento dell’utilizzo delle risorse regionali verso i territori.
LO STATO DELLA UILCEM ED IL SUO FUTURO
La Uilcem ha fatto scelte coraggiose di innovazione e rinnovamento. E’ una Categoria solida dal punto di vista economico, compatta dal punto di vista politico-sindacale, in forte crescita in termini di risultati elettorali nei rinnovi delle RSU/RLS in tutti i settori.
DONNE, LAVORO, SOCIETA’
La parità tra donne e uomini è un diritto fondamentale, un valore comune riconosciuto e promosso dall’UE.
L’UE delinea sei ambiti prioritari dell’azione in tema di parità tra i generi:
una pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;
l’equilibrio tra attività professionale e vita privata;
la pari rappresentanza nel processo decisionale;
sradicare tutte le forme di violenza fondate sul genere;
l’eliminazione di stereotipi legati al sesso;
la promozione della parità tra i generi nelle politiche esterne e di sviluppo.
Si sono compiuti notevoli progressi nell’attuazione della parità tra i generi grazie alla normativa sulla parità di trattamento, all’integrazione della dimensione di genere nelle politiche, ai provvedimenti specifici volti a promuovere la condizione femminile, ai programmi d’azione, al dialogo sociale e al dialogo con la società civile. Tuttavia, le diseguaglianze rimangono e possono aggravarsi, poiché l’incremento della concorrenza economica su scala mondiale richiede una forza lavoro più mobile e flessibile. Tali esigenze possono pregiudicare maggiormente le donne, spesso costrette a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro e dei servizi di custodia dei bambini, del persistere degli stereotipi di genere nonché dell’ineguale carico di responsabilità familiari rispetto agli uomini. I progressi compiuti dalle donne in settori chiave della strategia di Lisbona come l’istruzione e la ricerca, non si riflettono pienamente nella posizione delle donne nel mercato del lavoro.
Gli obiettivi di Lisbona richiedono che il tasso di occupazione femminile raggiunga il 60% entro il 2010. Attualmente il tasso medio è pari al 55,7%, ma è molto più basso (31,7%) per le donne più anziane (55-64 anni). Le donne hanno anche un tasso di disoccupazione più elevato rispetto agli uomini (9,7% contro 7,8%). È necessario potenziare la dimensione di genere della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione.
Nonostante la legislazione dell’UE sulla parità retributiva, le donne guadagnano il 15-20% in meno degli uomini.
Il suo persistere è dovuto sia a una discriminazione diretta contro le donne sia a una serie di ineguaglianze strutturali, quali la segregazione in settori, professioni e modalità di lavoro, l’accesso a istruzione e formazione, sistemi di valutazione e di retribuzione discriminanti e stereotipi legati al sesso.
Le donne e gli uomini sono esposti in modo diverso ai rischi sanitari, alle malattie, ai problemi e alle pratiche che influiscono sulla loro salute, in particolare per quanto riguarda questioni ambientali, quali l’impiego di prodotti chimici, che spesso vengono trasmessi durante la gravidanza e attraverso l’allattamento.
I servizi e le strutture si adattano troppo lentamente al fatto che sia le donne che gli uomini lavorano. Pochi uomini prendono il congedo parentale o lavorano a tempo parziale (il 7,4% rispetto al 32,6% delle donne), poiché le donne restano maggiormente responsabili dell’assistenza ai figli e alle altre persone a carico. Gli uomini andrebbero incoraggiati ad assumersi le proprie responsabilità familiari, segnatamente con incentivi a prendere congedi parentali e ad utilizzare il diritto al congedo come le donne.
La situazione delle donne migranti e appartenenti a minoranze etniche è emblematica: sono spesso vittime di una doppia discriminazione. Per questa ragione da parte nostra occorre promuovere la parità tra i generi nelle politiche di immigrazione e di integrazione, al fine di difendere i diritti e la partecipazione civica delle donne, di valorizzare pienamente il loro potenziale occupazionale e di migliorare il loro accesso all’istruzione e alla formazione permanente.
La Uilcem deve impegnarsi nell’eliminazione di tutte le discriminazioni e nella creazione di una società aperta a tutti, fondata sull’inclusione.
Azioni chiave da mettere in campo per la Uilcem: monitorare e rafforzare l’integrazione della dimensione di genere per la crescita e l’occupazione verifica continua sulle pensioni, l’inclusione sociale, la sanità e l’assistenza a lungo termine valutando il modo in cui i sistemi di protezione sociale possono favorire la parità tra donne e uomini; favorire l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare.
Promuovere la pari partecipazione delle donne e degli uomini ai processi decisionali anche dentro al sindacato
Le donne continuano a dover far fronte alla segregazione sia verticale che orizzontale. La maggior parte di esse resta impiegata in settori tradizionalmente riservati alle donne, di norma meno riconosciuti e valutati. Inoltre le donne occupano in genere i gradini più bassi della scala gerarchica. Quindi bisogna facilitare l’ingresso delle donne in settori non tradizionali è altrettanto importante quanto promuovere la presenza maschile in settori tradizionalmente occupati da donne. L’intento delle donne della UILCEM è quello di creare e rafforzare la consapevolezza dei propri diritti per partecipare in modo determinante alle scelte politiche sindacali e sociali del nostro Paese. Fare sindacato significa rendere il territorio a misura di cittadino e cittadine e la UILCEM e la UIL è il sindacato dei cittadini.
SALUTE, SICUREZZA E AMBIENTE – SSA
Le tematiche su SSA sono fondamentali per la Uilcem e devono essere sempre considerate centrali in ogni fase della nostra organizzazione, soprattutto nella contrattazione ai vari livelli.
Il ruolo dei RLS, nelle loro varie specificazioni, deve essere supportato e sviluppato ulteriormente.
La contrattazione nazionale e locale deve sviluppare modalità nuove per ulteriori agibilità e competenze dei RLS, stabilendo come tema primario questo obiettivo.
Questa iniziativa di sviluppo passa attraverso un ruolo sempre più incisivo della nostra attività sindacale, ed attraverso modelli organizzativi idonei.
La Uilcem ai vari livelli deve poi organizzarsi per dare ruolo e competenze a tali Delegati, attraverso progetti formativi specifici ed una organizzazione idonea come la realizzazione di Coordinamenti dei RLS ai vari livelli dell’organizzazione, territoriale, regionale, nazionale che diventa perciò fondamentale per il raggiungimento di tale obiettivo: crescita continua, formazione continua e coordinamento delle politiche SSA.
Una nuova forma di contrattazione per SSA.
Sviluppi delle Certificazioni di sicurezza ed ambientali.
FORMAZIONE
La conoscenza in tutte le sue applicazioni non è mai stata riconosciuta con tanta forza e insistenza come negli ultimi anni. La globalizzazione ha reso esplicito quanto grande e quanto insoddisfatta fosse la domanda di conoscenza che viene espressa dalle imprese, dai lavoratori, dalla società civile e quanto difficile, rischioso, insufficiente sia stato fino ad oggi l’investimento in conoscenza che a questa domanda dovrebbe corrispondere. La sensazione di disagio che discende da questo deficit cognitivo è diffusa e pervasiva. Riguarda non solo il mondo della produzione e del lavoro, ma la vita quotidiana e tutte le categorie produttive e sociali. Oggi è ormai necessario fare investimenti in conoscenza per conversare, giocare, vestirsi e abitare. Il mondo della produzione e quello del consumo sono diventati così complessi che richiedono forme impegnative e ripetute di apprendimento. Nel ripensare oggi al ruolo della formazione non si può prescindere da una attenta analisi circa le modalità con cui la conoscenza è legata alla produzione e alla generazione di quel valore che è espressione delle dinamiche di interazione intra e infra sistemiche proprie della società globalizzata. Formazione intesa quindi come aggregazione, formazione intesa per lo sviluppo e valore fondante della nostra Organizzazione.
La conoscenza è la base per la costruzione di una società moderna, civile e rispettosa dei diritti dell’uomo.
Il sindacato e quindi la Uilcem non può esimersi da questo concetto; per la crescita della società è quindi necessaria la crescita degli uomini e donne in senso generale ed anche quelli/e appartenenti alla nostra organizzazione, attraverso la realizzazione di modelli formativi idonei che diano metodi adeguati per la nostra crescita.
La formazione sindacale dei nostri quadri a tutti i livelli deve quindi essere tra gli obiettivi primari di questa nostra fase e di conseguenza una parte importante delle nostre risorse a tutti i livelli deve essere destinata alla formazione sindacale.
COMUNICAZIONE
Modelli di Comunicazione all’interno del Sindacato: sviluppare internet ed altri nuovi mezzi di comunicazione.
WELFARE STATE – WELFARE CONTRATTUALE – BENESSERE FAMILIARE
La tutela dei diritti dei lavoratori e cittadini deve trovare un adeguato sviluppo anche all’interno della contrattazione collettiva a tutti i livelli.
Le nuove norme introdotte all’interno di alcuni contratti della categoria devono essere da esempio su questa strada.
La tutela dei diritti dovrà sempre più indirizzarsi verso la “famiglia” nel suo complesso.
La modifica sociologica della società italiana ha comportato una modifica del modello familiare e quindi del modello della sua tutela.
TUTELA DEL BILANCIO FAMILIARE
La crisi finanziaria cumulatasi alla crisi industriale comporta per i lavoratori dipendenti un doppio motivo di sofferenza, accanto a quello del reddito e della stabilità del posto di lavoro: un bilancio economico famigliare deficitario e un aggravarsi del volume dei debiti contratti per investimenti (abitazione, trasporti, istruzione, beni di consumo durevoli).
La UILCEM ha quindi rilevato l’esistenza di un fenomeno diffuso di sovraindebitamento famigliare, espressione che indica una condizione di squilibrio tra entrate correnti e spese correnti della famiglia tale che non può essere recuperato con i metodi tradizionali (contrazione delle spese per consumi, alienazione di parti del patrimonio famigliare, ristrutturazione dei mutui verso il lungo termine).
Tale problema aveva avuto una enunciazione – tuttavia puramente retorica e senza misure concrete – agli inizi dell’attuale Legislatura, per le famiglie indebitate a lunga scadenza (ma nulla di concreto è stato fatto).
La UILCEM si propone di rilanciare il tema raccogliendo le attese dei lavoratori del comparto che hanno rappresentato al sindacato tutto il loro disagio e chiede di istituire un fondo di garanzia e un fondo per contributi una tantum finalizzati al ripianamento dei debiti famigliari e all’accesso ad altre provvidenze oggi poco utilizzate (a esempio il fondo di prevenzione dell’usura ex art. 15 della legge 108 del 1996).
La UILCEM intende avviare un tavolo di negoziazione con le parti datoriali, finalizzato alla implementazione di misure e strumenti tecnici che in altre esperienze (ad esempio le 26 Fondazioni antiusura operanti in Italia) si sono rivelate efficaci.
DIRITTI/FAMIGLIA
Congedi parentali – permessi per la famiglia.
Problema degli anziani, gestione della famiglia soprattutto con l’allungamento della vita lavorativa.
SERVIZIO PUBBLICO
L’acqua: aprire una discussione sull’utilizzo dell’acqua, l’acqua è un bene pubblico, quale ruolo come sindacato vogliamo svolgere?
Non devono esserci speculazioni su ciò che è bene pubblico.
[1] Vista l’evoluzione governativa sul nucleare i Congressi possono esprimere proprie valutazioni sul futuro del nucleare in Italia.
